
Qualcuno si chiederà il perché di questa foto. Non ci sono le rocce dolomitiche che fanno parte quasi naturalmente delle mie vacanze…
Beh… si può con soddisfazione camminare anche vicino a casa. Il verde non manca. Né in collina né in pianura. La storia è richiamata dal palazzo Malvezzi quasi in primo piano, l’attualità dalla inconfondibile torre Unipol che immediatamente dice che siamo nell’immediato hinterland bolognese. Peccato quell’orrendo cavo che divide in due la foto.

Su molto altro mi veniva da riflettere stamattina mentre godevo dell’aria fresca e sorprendentemente chiara … di questa vacanza vicino a casa. Chi si accontenta gode? Anche. Ma molto di più. Occhi che inquadrano e si soffermano senza fretta, orecchie che ascoltano, odori emanati da una natura che ostinatamente si fa strada tra le opere dell’uomo… incontri ravvicinati con un leprotto birichino che non mostra nessuna soggezione e aspetta anche lui un selfie! (continua)


In automatico. Non avevo di fronte nessuna copia dell’adorazione dei Magi di Giotto, ma mi è venuto spontaneo pensare che l’autore fosse influenzato dalla scuola Giottesca. Non so e forse non saprò mai se questo mio accostamento ha qualche ragion d’essere, ma la posizione delle figure al riparo di una capanna, la foggia degli abiti, il re con l’oro inginocchiato e gli altri due in piedi, in attesa di offrire i loro doni, mi fanno pensare di non essere tanto lontano dalla realtà. Anche questa camminata in salita fino alla meta ha unito natura e arte. Le grandi bellezze del nostro Paese. Che cosa pretendere di più?
Ogni giorno passano in tanti di qui. Qualche notizia in più da leggere sul posto non sarebbe stata inutile. Al meno per me che che non ho esitato a cercare in rete trovando poche scarne notizie per le quali lascio questo link: https://www.seiser-alm.it/it/cultura-e-territorio/attrazioni/chiesa-di-san-valentino/
Questi artisti del medioevo viaggiavano volentieri e sapevano trarre frutto dalle loro abilità. Avevano vite corte, ma non sprecavano tempo e imparavano gli uni dagli altri.

Poco oltre la chiesa ricontattiamo la natura e facciamo conoscenza diretta con gli animali del luogo che ci accolgono con i loro odori caratteristici e ci guardano incuriositi dal nostro sostare, mentre cediamo volentieri all’offerta generosa di un pruno che ci lascia assaggiare qualche suo frutto.
E così non ci resta che scendere verso Castelrotto che a dispetto del suo nome non è per niente rotto, ma si presenta in gran spolvero.


Si resta facilmente affascinati dalle pareti delle case affrescate
con le immagini dei santi protettori. E dove non ci sono affreschi, come nell’edificio comunale, risalta lo splendore della bianca facciata che fa da sfondo alla fontana centrale alla quale si dissetano i passanti che non cedono alle lusinghe dei tavolini dei caffè del centro.

E al centro della piazza si erge quel palo che nelle feste popolari chiamano l’albero della cuccagna. Chi accetta la sfida? Meglio informarsi, perché a Castelrotto, oltre all’albero della cuccagna, ogni due anni arrivano anche i Krampus.
https://www.emozionesuedtirol.it/2019/12/15/paura-per-le-vie-di-castelrotto-arrivano-i-krampus/
Non c’era questo segnale così importante all’inizio della stradicciola che dalla provinciale conduce direttamente all’albergo e non c’era nemmeno la stazione di partenza della cabinovia che con un salto di 800 metri ti sbarca sull’Alpe, non c’erano nemmeno le bici con pedalata assistita e sui sentieri incrociavi soltanto appassionati camminatori che – grüssgott o buongiorno – sentivi decisamente affratellati dalla comune passione esplorativa.
Al Salego erano quasi tutti bolognesi delle parrocchie. Tornavano da anni, quasi tutti si conoscevano, ritornavano con i figli e con i nipoti e i dialoghi calavano spontaneamente nel privato.
– Mo Dio, se è belìno! Sembra tutto suo padre!
– E i tuoi come stanno?
Oppure sulle imprese passate e future:
– Ti ricordi l’anno scorso? Ci torniamo anche quest’anno al rifugio Bolzano, vero?
– In programma abbiamo messo i Denti di Terrarossa, può andare?
– Noi siamo pronti anche adesso …
Conversazioni che avrebbero potuto continuare a lungo con l’incremento dei partecipanti che si univano attratti dall’allegra combriccola che faceva di tutto per sottolineare, alzando la voce, i momenti più emozionanti della scalata o gli aspetti più insoliti dell’esperienza:
– Se non c’eri tu a tenermi su di morale, dopo due tornanti del ghiaione sarei tornato indietro!
– L’unione fa la forza, ragazzi …
– E la notte al rifugio? Quella è un’esperienza che rifarei volentieri. Dai! Chi viene?
C’erano anche allora gli amanti della vita comoda:
– Noi siamo stati su all’Alpe tutto il giorno. Anche lì ci sono delle belle salitine e il panorama è incantevole. E prima di tornare al parcheggio ci siamo fatti una Sacher da leccarsi i baffi…
– Ah … ma allora, non siete andati su a piedi per il sentiero?
– Eh, sé! Ormai non ci va più nessuno. Su c’è un gran bel parcheggio e … li avete visti i lavori della funivia?
Nel capitolo dei ricordi sollecitati dall’ambiente si potrebbero scrivere molte pagine, ma “bisogna sempre guardare avanti”. Come dicon tutti, anche con vent’anni in più sul groppone. Adesso la cabinovia è ormai da tempo terminata e funzionante, i parcheggi sono quasi sempre pieni, nonostante il calo di frequenze tipico per quest’anno di pandemia. I bus turistici non mancano e quelli di linea veloci e frequenti scaricano famigliole, pensionati e giovanotti zaino in spalla. La stazione di partenza ha l’aspetto di una aerostazione. Lunghe teorie di vetrine mostrano le ultime novità in materia di abbigliamento per il trekking, l’arrampicata, l’escursionismo, il cicloturismo. Di tutto e di più. Io ho già tutto ma il medico mi ha detto che quest’anno farò bene a non superare i mille metri di quota. Ho deciso di ottemperare e non faccio storie. Allora mi guardo intorno e scelgo come prima meta San Valentino. Una chiesetta a mezza costa che si impone al primo sguardo.
Era lì anche vent’anni fa e non è neanche troppo sciupata. Anzi.
(continua)
Di camminate è stata ricca questa vacanza 2020. Difficile non sentire l’invito quotidiano che le montagne ti lanciano mentre le osservi dalla finestra appena aperta al mattino, mentre ancora ti stropicci gli occhi. Col sole che dà vita ai colori, con l’atmosfera trasparente che più non si può, va a finire che cerchi le scarpe più adatte, le stesse che ti hanno portato tante volte su sentieri che non dimentichi, solide e dure fuori, sgarbate con la roccia, i sassi, la terra, il fango che non ha esitato qualche volta ad avvolgerle, accoglienti e morbide dentro e gentili con i diti, la pianta, i tuoi talloni, preziosi collaboratori nel passaggio dall’idea dell’escursione alla concretezza del succedersi dei passi sulle asperità del sentiero.
E lo zaino. Quello, per le mete consentite dall’età, è quasi pronto. Il sentiero lo conosci già, ma è come fosse la prima volta. Quando ci sei ti accorgi che il tempo è passato. Salire mette alla prova il respiro, i muscoli delle gambe mentre si riaffaccia alla mente il consiglio di un amico prete esperto nella guida di lunghe file di adolescenti smaniosi di “scalare” e di arrivare infine sulla cima, pronti però ad arrendersi per sete, per fame, per stanchezza… – Passi corti – diceva lui – non abbiate fretta, dobbiamo arrivare tutti insieme – Nessun premio per chi arriva primo! Ti accorgi ora che aveva ragione. Il tornante che sembrava lontano ormai è superato, la baita è ormai vicina e il rifugio si vede già … e intanto ti guardi intorno. Che belli questi prati verdi! Alzi lo sguardo, pensi alla maestà delle pareti che hai di fronte e concludi che non è per caso che hanno conquistato il titolo di patrimonio dell’Umanità.
Siamo qui e un bel giorno ti raggiungono gli amici. A cena la domanda fatale: domani dove andiamo? – Siete appena arrivati – rispondo – dovrete acclimatarvi, ma niente paura,
il sentiero parte da qui. Nessuna marcia di avvicinamento. Il weg è dedicato a Oswald von Wolkenstein, poeta, compositore, diplomatico e gran viaggiatore degli albori del ‘400. Turismo e storia si danno spesso la mano. Il sentiero è ben tenuto e arricchito di tanto in tanto da cubi informativi sulla vita nei castelli, di due dei quali incontreremo i ruderi e leggeremo interessanti informazioni sulla vita quotidiana nelle corti e nella società del tempo.
Come in un gioco potremo sederci sul trono, vestirci come la principessa o il giullare, apprendere quale sarebbe stata la nostra approssimativa speranza di vita e, scatenando la fantasia, immaginarci in lotta con qualche drago o partecipare ai sabba delle streghe.

(Continua)
Dal balcone di casa se ne vedono due di chiese. 
Una è la parrocchiale dedicata all’Assunta, l’altra dedicata a San Pietro. Una terza, dedicata a San Lorenzo e a Santa Margherita,
non si vede dal balcone ed è stata la piacevole scoperta di una breve escursione esplorativa pomeridiana a Fiè di Sopra. Una quarta, dedicata all’arcangelo Michele che, a quanto pare svolge il compito di pesare le coscienze delle anime trapassate, era la cappella funeraria annessa al cimitero che, come sempre in Alto Adige, circonda la chiesa parrocchiale. Ma ora è il museo della parrocchia.
Non smetto di chiedermi come mai qui in montagna, tra le cime più belle del mondo, patrimonio universale dell’Umanità, mi sono entusiasmato così tanto all’ambiente umano e immediatamente alle chiese. Porsi domande è peculiare di noi esseri umani e le risposte difficilmente sono univoche, definitive.
Devo ammettere che queste chiese fanno parte quasi “naturalmente” dell’ambiente. Già quando velocemente lo attraversi in auto, le vedi, abbarbicate lungo i pendii, chiocce di pietra attorniate da pulcini di pietra e legno, creste a punta o a cipolla. Covano da cinque, sei, settecento anni e più ancora, in gara con i castelli, poderosi, merlati, di vedetta, dominanti vallate.
Anche qui ce n’è uno, quello di Presule.

Merita una visita e sollecita qualche approfondimento che mutuerò da una vera e propria guida del luogo: Cultura Fellis. Edifici d’interesse storico culturale di Fiè allo Sciliar.
“Anche se il castello medievale è per la prima volta menzionato in un documento risalente al 1279 (castrum preslie) in realtà i signori di Fiè – amministratori del vescovo di Bressanone – lo fecero erigere già attorno al 1200. Il più illustre rappresentante della dinastia fu sicuramente Leonhard von Völs Colonna (1458-1530), per molti anni il governatore del “Land an der Etsch und im Gebirge” (“Terra all”Adige e in montagna”), come si usava definire allora il Tirolo. Proprio a lui si deve l’aspetto attuale del castello che fece fortificare secondo nuove tecniche difensive e allestire secondo il gusto dell’epoca dell’Imperatore Massimiliano I. Il portone d’ingresso reca l’anno 1517.
…
Una moderna scultura posta innanzi all’entrata ricorda i processi alle streghe, che si svolsero nel castello tra il 1506 e il 1510.
All’interno della possente cinta muraria una via lastricata conduce fino al pittoresco cortile interno da cui si accede direttamente alla sala delle colonne e dove è possibile ammirare ancora oggi l’antico pozzo a carrucola. Di particolare fascino tra le stanze sono particolarmente la sala dei cavalieri (con pannelatura neogotica) e la stanza del camino.” (Continua)
Quest’anno vacanza slow. Senza programmi prestabiliti. Sempre in montagna. Dopo la pandemia da Coronavirus la montagna sembra la più adatta a
mantenere la cosiddetta distanza sociale. Prima tappa Fiè allo Sciliar dove rimarremo due settimane. Poche per un’esplorazione sufficiente ad apprezzarne tutte le potenzialità. Non sono venuto in montagna alla ricerca di qualche via ferrata lungo la quale sperimentare la mia agilità, il mantenimento dell’equilibrio, la resistenza. No questo cercavo fino a venti anni fa. Ora tocca ad altri. Io amo sentieri non troppo a rischio vertigini, amo esplorare questi magnifici borghi, fiutarne le tradizioni, la storia, cogliere tutta la ricchezza dell’offerta che sanno mettere in vetrina a favore di chi, come me, può passare qui giorni di riposo e meditazione. Abbiamo scelto di vivere nel modo più indipendente possibile. Per questo abbiamo preferito un piccolo appartamento e constatiamo subito che bastano pochi minuti di cammino per fare la spesa. Non mancano negozi e supermercati, ma ciò che attira subito l’attenzione è il centro storico: piazza, chiesa, scuola, comune, alberghi. Detto così niente di originale, ma invece … la chiesa è aperta: vale la pena di entrare. Gli occhi sono subito attratti dalla pala dell’altra maggiore.
Avvicinarsi è spontaneo e la curiosità mette a fuoco il tesoro. Non avevano ancora inventato la stampa, ma quella pala è un vero e proprio libro aperto. A fumetti. Interno copertina: si presentano gli autori, Giovanni l’Aquila, Luca il Vitello, Matteo l’Uomo, Marco il Leone.
E all’interno i primi capitoli della Storia: L’Annunciazione, la Natività e l’arrivo dei Re magi.Ve lo immaginate l’uditorio analfabeta, alla messa domenicale, in ascolto del parroco di quelle epoche lontane, incantato dalla bellezza di quelle rappresentazioni? Gregge rapito dalla descrizione dei fatti raffigurati che solo il prete aveva letto e riletto rigorosamente in latino? Ve lo immaginate quel popolo in uscita dalla chiesa, sciamante lungo i sentieri che lo riportano alla cascina, tra le mucche e le capre al centro della sua vita? Che cosa si saranno detti? E quali i loro pensieri? (continua)



È vero che una tira l’altra. Solitamente ci si riferisce alle ciliegie, ma questa volta lo riferiremo ai libri. Bel gruppo quello che si è prodotto intorno a un libro che ha scatenato commenti sempre entusiasti. Ma c’è anche chi non ha commentato e tra i silenti, qualcuno che non ha gradito c’è. Succede.
A me l’esperienza è piaciuta. Mi piacerebbe molto che ci si potesse trasformare in un vero e proprio gruppo di lettura dal vivo. Credo che bisognerà attendere la scomparsa del virus, ma nel frattempo potremo sempre continuare come abbiamo cominciato.
Dopo qualche incertezza e dopo un po’ di esplorazione ho scelto un nuovo libro. È sicuramente diverso, si tratta ancora di un viaggio, sicuramente più comodo, ma ugualmente affascinante. Un viaggio che ha inizio nel sesto secolo e non si concluderà con l’ultima pagina del libro. Anzi. Pagine che ci condurranno, capitolo dopo capitolo, in esplorazione attraverso l’Europa a scoprirne le radici alimentando, voglio credere, la speranza di un futuro bellissimo e consapevolmente unitario.
Un viaggio che prende le mosse dall’Italia del terremoto, si incammina sulla rete tracciata da Benedetto da Norcia, rintraccia costumi, valori, conquiste di tappa in tappa e allarga lo sguardo sempre più oltre.
Il libro? Il Filo Infinito. Una vera e propria mappa per esplorare il
Continente a caccia delle nostre origini ricomponendo, con la guida curiosa e sicura di Paolo Rumiz, i tratti distintivi della nostra identità.

Non è dato sapere se questo progetto vedrà presto o tardi la fine. È cominciato così, per la voglia di comunicare con tanti amici in questo periodo di pandemia. Per ora sta andando benissimo: abbiamo superato i quindici lettori cui si riferiva Manzoni nel primo capitolo dei Promessi Sposi. Alcuni paiono già curiosi di sapere come finirà, per quanto il fatto stesso che Kader, il protagonista cui ci si affeziona subito, sia giunto alla pubblicazione del suo libro, sveli che non finirà poi male.
Ora ho deciso di continuare questa simpatica esperienza stimolata non poco dal narciso che è in me.Di più, il gusto di aver recuperato antiche relazioni è decisamente stimolante.
I complimenti e i ringraziamenti per l’idea mi fanno pensare che davvero devo aver colto nel segno. Ma ciò che devo sottolineare per onestà è che questa idea fa un sacco di bene prima di tutto a me.
Il coronavirus ha creato molte serie difficoltà. Anche soltanto intorno a me faccio esperienza con chi ha perso il lavoro, con chi deve lavorare homeworking, con studenti che devono adattare la loro frequenza scolastica collegandosi con le rispettive scuole via skype. E queste sono le difficoltà più immediate. Ce ne sarebbero molte altre che, per il momento tralascio, perché preferisco attestare, invece, il mio personale, incomprensibile disagio. E pensare che la mia condizione di pensionato avrebbe dovuto abituarmi al dolce far niente che si pensa essere lo status connaturato a quanti, terminata la vita attiva, possono godersi la meritata pensione.
Per niente. Pensando a ritroso, vedo che la politica ancora mi stimola, le amicizie, il mondo che ruota intorno alla scuola e alla cultura e, di fatto, gli interessi e le abilità maturate nel corso della vita stuzzicano non poco. Però l’idea di avere davanti giornate di clausura dall’obbligo di restare in casa, mi creava una sensazione di inutilità mai provata che non so nemmeno nominare.
Non bastava leggere, sfogliare riviste di parole crociate nel tentativo di trovare qualcosa di non troppo facile, ma nemmeno troppo difficile, fantasticare se fosse meglio dirottare verso la pittura o riprendere a scrivere e non decidere mai.
E leggere? Ma non solo per me. Ci avevo provato anche in casa e non andava male. Anche con i miei nipoti. Ma ormai non erano così assidui come qualche anno fa. Perso l’attimo. Ma qualche amico non mancava per ritentare. Nel passato mi avevano chiesto di farlo per i malati in ospedale. Esperienza ormai conclusa. Recentemente anche in chiesa avevo qualche fan. E allora … leggere per chi è solo o si sente solo, ora che c’è questo obbligo di clausura per evitare l’attacco del corona virus?
Avevo da poco letto un gradevole libro di Michela Murgia … Alcuni capitoli erano molto belli e adattissimi all’esperimento. Brevi il giusto. Registro e invio.
A chi? Comincio a scegliere dalle chat e dalla mailing list. Ora – ve l’ho detto – ho superato il numero di lettori dichiarati da Manzoni per il suo “Fermo e Lucia”, poi mutato in “I Promessi Sposi”.
Ma adesso il compito si è fatto più impegnativo. Siamo giunti a una storia di vita. Quella di Kader. Un ragazzo africano giunto in Italia attraversando quelle terribili peripezie a noi rese note solo in parte dai media. Un racconto teso a esplorare anche l’animo del protagonista e far riflettere chi legge e chi ascolta leggere.
Qualcuno comincia a chiedere: – A quando la prossima puntata? Non avete idea di quanto importante sia, per chi legge, che qualcuno aspetti.
Per ora mi basta così.
Poi, come tutti, anch’io non vedo l’ora di uscire.
Sarà perché la vita mi ha portato due o tre volte a frequentare per qualche giorno questo luogo di grande serenità e, di conseguenza, a non dimenticare la persona che lo ha fondato e ne tiene vivo il messaggio di giorno in giorno attraverso la Comunità, i libri, gli incontri, le collaborazioni giornalistiche, i media e soprattutto con la meditazione quotidiana offerta a chi lo chiede. Un appuntamento prezioso al quale non riesco ad essere sempre attento, ma l’altro ieri ho prestato prima attenzione, poi ho dovuto rileggere. La riflessione di Frate Stefano provocava più del solito e, contemporaneamente, rasserenava. Per questo l’affido a questa mia pagina ché non vada persa!
Vincenzo
16 marzo 2020
Mc 8,27-33 (Lezionario di Bose)
In quel tempo 27Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?».28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo»3.0E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»
Leggiamo che Gesù lungo la via “interrogava i suoi discepoli” (cf. v. 27), in greco eperóta, “domandava”, un imperfetto indicativo. Questo significa che non chiese loro una volta per tutte, ma lungo tutto il cammino verso Cesarea di Filippo Gesù domandava ai suoi a riguardo di se stesso.
La strada, la via verso le terre al confine della fede, è il luogo della domanda sull’identità di Gesù. Potremmo dire:
tutta la via cristiana, la strada del discepolato, è accompagnata dalla domanda: “Chi è il Signore?” e dai nostri tentativi di risposta, come se questa domanda non fosse una domanda cui dare una risposta una volta per tutte, ma sia la domanda che guida il discepolo lungo la via dietro al Signore, la domanda che aiuta a tenere la strada.
Camminando dietro al Signore verso le terre al confine della fede noi non abbiamo in primo luogo delle risposte; abbiamo una domanda, articolata su due punti di vista: “La gente, chi dice che io sia?” (v. 27), “Ma voi, chi dite che io sia?” (v. 29). Il discepolo (“voi”) nel mondo (“la gente”) è definito dal suo Signore, però non attraverso delle affermazioni dogmatiche, ma attraverso la dinamica di una domanda.
Forse anche Gesù avrà avuto bisogno di essere accompagnato dalla domanda: “Chi sono io?”, ma certo noi la dobbiamo considerare dal nostro punto di vista: “Gesù, questo Gesù, chi è?”, e così ricollocarci continuamente nella nostra identità di discepoli.
Perché certamente anche noi dobbiamo porci continuamente la domanda essenziale per ogni uomo: “Chi sono io?”, la domanda che ci guida nella mai esaurita conoscenza di sé (“Conosci te stesso!”); ma allo stesso tempo, in quanto discepoli di Cristo, incorporati a lui nel battesimo, e quindi parte della sua stessa identità cristica, la domanda che ci riguarda è anche: “Ma voi, chi dite che io sia?”. E questa domanda sempre e sempre dobbiamo porcela: chi diciamo essere per noi il Signore? È la domanda che ci situa sulla via, alla sequela di lui, diretti verso le terre dell’incredulità.
Sull’esempio di Pietro, il discepolo che ci rappresenta, sappiamo come sia possibile dare una risposta puntuale, una risposta formalmente corretta, una risposta che dice esattamente quale sia l’identità di Gesù. Ma sappiamo che questa risposta può non significare un’espressione di fede sincera, e può situarci nel quadro della volontà propria piuttosto che nel quadro della volontà del Padre, che pure questa risposta ha ispirato.
Per questo la domanda deve essere sempre e sempre riformulata, perché la vita del discepolo sia sempre più conforme all’identità del suo Signore. “Tu sei il Cristo”: questa è la realtà di Gesù, ma questa realtà deve essere fatta propria dal discepolo, e deve divenire principio di identità per lo stesso discepolo.
E cosa significa essere discepoli di un Signore che è “il Cristo”?
Vediamo subito che Pietro, per quanto risponda con sapienza alla domanda di Gesù, non è pronto a viverne le conseguenze. Per questo lui, come noi, deve rispondere altre volte alla domanda di Gesù sulla sua identità. Perché, sinceramente parlando, noi non siamo pronti, e forse mai lo saremo del tutto, a sostenere che il Cristo, il Figlio dell’uomo, il mediatore di salvezza, debba “soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere” (v. 31).
Perché poi la nostra via dovrebbe essere la sua, e noi, sinceramente, attraverso la morte non vorremmo passare.
fratel Stefano
Monastero di Bose
Difficile registrare qualcosa in modo ordinato in questi giorni, ma si può provare.
Casa mia. 11 febbraio, fine mattinata. Un immediato, insopportabile dolore dietro le spalle che si diffonde rapido in zona sterno e lungo il braccio. Vomito. Intuisco.
É un infarto. Silvana telefona al dottore. Nessuna risposta e allora sia 118. Tempo 13 minuti l’ambulanza è davanti a casa. Scendo con i miei mezzi. Mi dicono che non c’è da preoccuparsi. E non mi preoccupo, però non perdono tempo. Decidono per Villa Maria Cecilia Hospital di Cotignola.
Da Comellini a Castel San Pietro si va a comprare prosciutto e leccornie e loro si fermano per far salire il medico che avverte del mio arrivo.
Ci siamo. Mi pare di vivere un film. Salto da una barella all’altra che già corre lungo un bianco corridoio. Brusca frenata e si materializza una sala operatoria. Divise verdi, bianche, blu, sincronie studiate e perfette, bip, luci si incrociano, monitor mostrano percorso e dati, bip, bip, bio qualcosa penetra e si insinua, rallenta, curva, bip, bip, bip…
Ci siamo. Tre e mezzo… meglio quattro? Tre. … bip, bip, bip, … Ormai sono bionico.
La lettiga è già in viaggio. Si sale, usciamo al terzo. Terapia Intensiva. Stanza n. 1.
Son passate due settimane, poco più e ormai l’ospedale è per me un ricordo. Di nuovo tra le mura di casa, il malato che è in me si sfarina giorno dopo giorno. In realtà non mi sono mai sentito veramente malato. La sofferenza fisica è terminata già al momento della partenza dell’ambulanza da casa mia, risolta da una di quelle sostanze miracolose che chi ne sa ed è lì per provvedere ti inocula immediatamente. Dopo, a farti sentire malato contribuiscono l’ambiente, i tuoi cari persino troppo assidui e attenti, la presenza continua degli addetti con le loro divise, la loro gentilezza, la loro determinazione.
E tu Ti guardi intorno e scopri. Perché l’ospedale è ricco di persone e questo, in particolare, di persone che vengono da lontano.
Salerno, Caserta, Fermo, ma anche Africa. Pelle non mente. E sarà che siamo tutti così presi dalle mille paure indotte dai mille aspetti di una globalizzazione non digerita, ma anche qui affiorano fantasiosi ragionamenti intorno a chi dovrebbe o non dovrebbe poter fruire dei servizi di un ospedale come questo.
Il discorso sta sulle generali: – Vede? Ma quanti letti in più ci sarebbero a disposizione per noi italiani? E invece …
Non mi sento di rispondere. In fondo anche lei che assiste il mio compagno di stanza è provata, sicuramente ha sofferto. Eppure dentro di me non posso fare a meno di pensare che anche il suo assistito non è proprio “del posto”.
Cinque minuti e abbiamo una visita. Un fraticello con tanto di stola pronto a farci pregare:
- Sono Padre Giuseppe! Da dove venite?
La provenienza è la prima domanda. E non può essere diversamente in un ospedale come Villa Maria Cecilia al quale si ricorre da ogni parte del mondo e nel quale operano medici di molte parti del pianeta.
Solo io di questa regione. Realizzo che la mia convinzione di essere nato nel tempo e nel luogo migliore si rafforza una volta di più. Non avevo mai verificato di persona l’eccellenza della sanità emiliano romagnola, ora con questa esperienza si colma anche questa mia lacuna.
Il mio coinquilino è marchigiano ed è in partenza. Ma dovrà tornare. Lo hanno ricoperto di prescrizioni, di consigli, di farmaci e… di un nuovo appuntamento.
Padre Giuseppe ormai si congeda. Ma io non resisto:
- E lei, padre, da dove viene?
- Ah… Indovina indovinello!
Non era difficile la risposta, ma preferisco andare per gradi - Intanto … dall’Asia.
- Bravo! Ma l’Asia è grande, fratello!
- E allora, India!
- Perfetto.
Com’è piccolo il mondo! Pochi metri quadri lo spazio, tre giorni il tempo e intorno a me ruotano italiani da Salerno, da Caserta, dalle Marche e ora dall’India…
Non passano cinque minuti e si affaccia un medico. In questi pochi giorni di permanenza non mi era ancora capitato di incrociarlo. Infatti non è venuto per me, ma per dare le ultime disposizioni al mio vicino. Divisa d’ordinanza, grande sorriso, grembiule immacolato, fonendoscopio al collo e… faccia nera. E così lAfrica non è presente solo tra gli ammalati, ma anche fra i medici.
Ce n’è da riflettere. Per tutti.
Grazie India! Grazie Africa! Grazie Italia!
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